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Vedere al buio è proprio dei veggenti, termine con cui, in ambito letterario, si sogliono designare i vati.

Chi non ricorda, infatti, l’omerico Calcante, «de’ veggenti il più saggio, a cui le cose / eran conte che fur, sono e saranno»? Lo stesso Omero, del resto, si tramanda che fosse cieco. Come l’indovino Tiresia. Per Arthur Rimbaud «il Poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato sregolamento di tutti i sensi». E non parla Gabriele d’Annunzio del «cieco veggente di Sebenico»?

Spesso cecità e veggenza vanno dunque di conserva o così almeno induce a credere una lunga – e ossimorica – tradizione.

Nel nostro caso, però, l’ossimoro (Vedere al buio) che dà il titolo all’ultima silloge poetica di Mauro Ferrari si connota più per una personale declinazione del concetto che non per una ideale linea di continuità.

E se proprio si vuole ricercare qualche tratto di continuità, si dovrà pensare, piuttosto, ad un intenzionale rovesciamento dell’immagine convenzionale del veggente, qui sottoposta ad un deliberato processo di understatement che ci rimanda, se mai, all’eliotiana The Waste Land. Sia perché il poeta mantiene un saldo – e razionale – ancoraggio alla realtà, davvero desolata e desolante, del Dasein, se non altro per individuarvi una possibile «via di fuga» o, per dirla con Montale, «l’anello che non tiene», sia perché l’intento etico è sempre vivo e vigile. Potremmo anzi dire prevalente, in quanto «lo sforzo di vedere o immaginare» (la disgiunzione è particolarmente significativa, giacché dilata in direzione dell’«io nel pensier mi fingo» leopardiano l’ambito del “vedere”) si connette alla «retta via cui tendere la mano».

Così, mentre gli occhi riescono, sia pure faticosamente, a mettere a fuoco l’oggetto del loro desiderio forzando l’ossimoro, questo si ripropone, di conseguenza, a livello emozionale, nella «gloria» e nello «sgomento», appunto, «di vedere al buio».

Resta, quindi, qualcosa di problematico: l’emergere della verità non è di per sé risolutivo. Forse perché non ha l’evidenza della luce che sfolgora ed ipso facto acceca, appiattendo ogni differenza.

Forse, in questo caso, si tratta di un venire-alla-luce a partire da un’oscurità irriducibile che circonda, nasconde e protegge. La poesia ha in effetti il carattere di un gioco fra oscurità e chiarezza che richiama una metafora boschiva di Heidegger: quella della “radura” (Lichtung). Evocando la figura del geografo arabo Idrīsī, Ferrari accenna proprio ad «una radura / ai margini del bosco», donde quegli sognava di poter osservare «con gli occhi umidi» «il mondo / farsi misurabile, il buio ritrarsi / perché la luce ospitasse l’immaginazione».

La radura non è solo il teatro metaforico dove s’intrecciano oscurità e luce, nascondimento e disvelamento, ma è pure il luogo del silenzio, dell’eco e del suo spegnersi; luogo di sosta, da cui nondimeno si dipartono sentieri (con allusione alla essenziale erraticità del pensiero e agli interminabili percorsi verso la verità).

Ebbene, la poesia, a differenza della metafisica e della scienza, non ambisce a catturare o smascherare la Verità (l’Essere), bensì a custodirla, a salvaguardarla nella sua costitutiva indicibilità. L’Essere deve solo emergere, mentre il poeta si limita ad un «lieve circoscrivere». E magari a gettare l’amo in un lago notturno.

Gli strumenti del poeta sono essenzialmente quelli della metafora e dell’allegoria: più analogici che logici. Il suo compito è quello di cercare «le parole giuste», che consentano alla Verità di aggallare, di venire cioè alla luce «nel suo splendore e nella sua miseria». Di qui, appunto, «la gloria e lo sgomento» di cui si diceva.

Nei riguardi della vita, l’assidua sensazione (non parliamo di certezza: un termine che Ferrari lascia volentieri ai tanti filistei che credono o s’illudono di sapere) è decisamente negativa: a delineare lo sfondo abituale sono la pioggia, il vento, la tempesta (l’uragano nella sua versione sublime), e in tale scenario, tra gli estremi del ghiaccio e del fuoco, si aggirano a vuoto delle ombre segnate da cicatrici o da ustioni indelebili. Svanire è il loro destino. Nel nulla. A ricordarne la scomparsa, «lumi fiochi e fiori marci».

Il mondo è pieno di macerie o di pattume. In alternativa, fango: come per Leopardi. Ed è proprio il caso di dire, con Montale, che «una storia non dura che nella cenere / e persistenza è solo l’estinzione». Montaliana è anche, tra le altre, l’immagine dell’«angelo impossibile», dalle «penne nere e secche / per il vento attraversato», che all’uomo «corroso dal dubbio» e «intrappolato nei rovi / e immorchiato», irrimediabilmente «senza volo», ingiunge – come l’angelo biblico – di non voltarsi e porta un messaggio di stoica saggezza: «il tuo tempo deve essere / quello del ghiacciaio / che non sente di cadere / ma riempie una coppa / di bene, di bello e giusto». Sono questi, pur effimeri, i valori che la poesia ha il compito – difficile se non utopico – di salvaguardare, insieme con gli affetti, dagli effetti distruttivi della temporalità, del pánta rheî eracliteo.

Quello «scendere», che per Montale è un destino comune, diventa per Ferrari «uno scorrere e un precipitare» verso l’entropia. Inarrestabile. Nondimeno, al poeta, come a Prometeo, spetta di serbare quel tanto di brace accesa che costituisce un pietoso sollievo per l’umanità dolorante: quel poco di bene che è dato contendere al male di vivere. Un gesto più che altro simbolico: «A meno che il senso non sia / – e non è poco, forse è tutto – / il contemplare la bellezza, / crearla se possiamo, / proteggere la sua fragilità, / amare il vero e il giusto / – gli altri suoi nomi, / se teniamo l’asse in equilibrio / un attimo mentre tutto vacilla». La poesia è lo stigma della dignità umana, e non importa se questa, in una delle liriche più incisive, si mimetizzi nella protesta del soffione che chiede ragione del suo esserci (uno “stare” tanto precario quanto fiero, che ricorda quello dei «Soldati» ungarettiani) e pretende una risposta.

D’altra parte è lo stesso poeta a indossare spesso delle maschere, per lo più letterarie: da quelle di Ulisse ed Enea a quelle di Palinuro, di Alcesti, di Ismaele… Questo perché egli non ama le effusioni sentimentali, il lirismo esasperato e, in genere, il romanticismo di maniera, incapace di uscire dal suo sterile solipsismo.

Il caso singolo gl’interessa solo se può acquistare valenza universale. O esemplare. Come nelle liriche della sezione «Diario personale». Il suo discorso mira ad essere sobrio, a strutturarsi in versi ben scanditi, di classico nitore e di robusta articolazione, anche quando il lessico tenda a connotazioni espressionistiche (si pensi agli estremi dell’«urlo» e del «silenzio», del «buio» e della «luce»), rimarcate ora da allitterazioni («rodere ricordi», «delle fogne che fermentano i futuri») ora da anafore (si veda, ad esempio, la lirica «Migranti») ora da parentetici a parte. Prevale il discorso autodiegetico, in prima persona, foss’anche prosopopea: è il caso dei summenzionati personaggi mitici e del soffione già ricordato, ma anche quello degli animali compresi nella sezione «Vite da cortile». Un piccolo bestiario.

In molti casi l’affabulazione tende a farsi parabola o a segmentarsi in scene distinte: a indicare fasi che si susseguono cronologicamente o a rilevare diversi punti di vista. Costante rimane tuttavia l’attenzione all’hic et nunc, come attesta la frequenza dei deittici spazio-temporali, sia che il poeta inventarii la negatività dell’esistenza, sia che si appigli – con oraziana e catulliana consapevolezza – al carpe diem: «sappiamo / che non c’è tempo insieme / se non questo, né attesa / in alcun luogo eccetto qui, / nell’incrociarsi degli sguardi, / nel tocco delle mani» [nostri i corsivi].

Un surplus di (provvisoria) immortalità è affidato alle risorse della poesia: «sapendo quanto fragili / sono le ombre che intravediamo / un attimo soltanto al buio, / trattenendo il fiato; // le forme che svaniscono / e a volte tornano come origami / che la pazienza crea dal nulla, / del tutto inutili, solo / una gioia per gli occhi e la mente / che lì riposano».

Questo e non altro è, in fondo, il reiterato miracolo della poesia: «il foglio che si fa gazzella, / un’ombra che balza viva e tua / nella savana della mente».

Mauro Ferrari, Vedere al buio, puntoacapo, Pasturana (AL) 2017


Le opinioni dei lettori
  1. Mauro Ferrari   On   1 Maggio 2019 at 9:41

    Ringrazio Carlo Prosperi per l’analisi del mio libro, che centra i punti essenziali della mia poetica, sia quanto a temi che scelte espressive. In particolare, il combattimento con la verità, a partire da quanto è possibile vedere (e fare) è il punto focale del libro, e reca implicitamente tutte le problematiche insite nel fare poesia oggi: come, con quale linguaggio, quale orizzonte di speranza (se c’è), quali finalità. Ovviamente, trattandosi di una analisi così acuta e sfaccettata, è illuminante anche per me, e rivelatrice di dettagli di cui a volte non ero pienamente consapevole. Ad esempio Carlo è stato acutissimo nel dire delle mie figure umane (ma non solo) “svanire è il loro destino”. Grazie di cuore.

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