fbpx


Il Primo Re“, film di Matteo Rovere, è uscito nelle sale da quasi un mese, e chi desiderava vederlo ormai presumibilmente l’ha visto.

Tuttavia, nonostante le numerose recensioni ed opinioni formulate da più parti in questo tempo, non è ancora ben chiara la definizione da dare a questa pellicola, principalmente per i diversissimi fattori che contribuiscono al suo insieme, rendendo difficile categorizzarla.

Dal punto di vista della regia, delle luci ed in generale dell’impatto visivo, infatti, è senza dubbio un’opera di primo livello, con scelte coraggiose nell’uso della sola luce naturale e della lingua latina (come vedremo, molto meno “proto” di come sia stata presentata), ma d’altra parte, riguardo gli elementi filologici sui quali il film ha puntato la quasi totalità della sua promozione, sono stati commessi errori imperdonabili, ed è di questo che parleremo, siccome, appunto, è su questo che la distribuzione ha puntato per lanciare il film.

Il primo errore, l’ultimo in ordine cronologico, è proprio aver voluto basare tutta la presentazione della pellicola sulla sua correttezza filologica, sulla ricostruzione e la verosimiglianza del contesto storico, senza preoccuparsi di quanto tutto ciò corrispondesse all’effettivo grado di storicità delle scelte scenografiche, ma soprattutto registiche e costumistiche. Proporre un film come un’esatta riproduzione della realtà del tempo comporta naturalmente delle aspettative nello spettatore, almeno in quello interessato a questi elementi, che non possono essere disattese alla leggera senza compromettere la valutazione dell’opera.

Vediamo allora quali elementi portano il film ben lontano dalle attese che aveva generato, partendo dagli errori più eclatanti, facilmente osservabili anche da chi non ha mai studiato latino, né è molto preparato sulla storia romana delle origini.

Cominciamo perciò dai costumi, e in particolare dalla scelta aberrante di far interpretare un italico dell’VIII secolo a.c. ad un attore coi rasta, assolutamente fuori luogo ed immotivata, ancor più se si considera che non è presente nessun’altra acconciatura particolare, nemmeno quelle che, invece, sappiamo essere state in uso all’epoca (scelta esatta, questa, dato che difficilmente un pastore avrebbe avuto tempo e motivo di creare pettinature elaborate, tanto meno durante una prigionia o una fuga nei boschi; ma a maggior ragione non ne avrebbe avuti per una lavorazione che richiede ore, se non giorni, anche volendone ignorare l’assurdità storica, culturale e geografica).

Altro difetto sono i costumi: sebbene sia apprezzabile l’utilizzo di alcuni elementi storicamente esatti, come le spade ad antenna, le piastre pettorali (anche se quelle tonde sarebbero più etrusche, ma è già uno sconfinamento più attendibile), le maschere mortuarie dei riti funebri e poco altro, per la maggior parte dei costumi si nota l’inesattezza di aver usato colori troppo cupi, raramente usati all’epoca, tanto meno da pastori vestiti di stracci, che non si potevano certo permettere le costose operazioni di concia per fissare un colore al tessuto; inoltre il colore è troppo uniforme per pensare che siano banalmente sporchi (anche la sporcizia forzata in alcune scene è eccessiva, col fango che resta attaccato alla pelle sia sotto la pioggia sia sotto al sole, senza sciogliersi e senza seccarsi e staccarsi).

Sono però esagerate le critiche ai costumi troppo poveri e primitivi, poiché quelli che conosciamo noi provengono quasi esclusivamente da contesti funerarii, in cui naturalmente il defunto è sepolto e rappresentato sulle pareti con indosso i suoi vestiti migliori, senza contare che è più facile trovare una tomba monumentale aristocratica piuttosto che un buco nel terreno di un pastore. Perciò sarebbe come se fra duemila anni decidessero di fare un film sulla nostra epoca ambientato in una periferia, ma vestissero tutti in giacca e cravatta perché così sono vestiti nelle foto sulle lapidi e nelle eventuali bare conservate.

Anche l’ambientazione ha i suoi difetti, presentando insediamenti molto più ridotti di quelli attestati per quell’altezza cronologica, ma se non altro si fa perdonare con la precisa ricostruzione delle capanne di Alba Longa, basata sulle urne cinerarie che ce ne hanno tramandato la forma.

Pure l’aspetto religioso, nonostante la forte religiosità che permea la mentalità dei personaggi, è molto sacrificato dal punto di vista storico, riducendo il già allora numeroso pantheon italico, latino ed etrusco a sole due divinità: una “Trifaria Diva, Mater Frugiferens” (forse vagamente identificabile con l’arcaica dea Vacuna) ed un non meglio precisato dio associato al fuoco, maschile (Vulcano?), ma venerato con culto vestale.

Si riscontra forse una certa distinzione fra civiltà e mondo selvatico, siccome la dea è invocata solo in contesti “civili” ed ordinati (al pascolo prima della piena, ad Alba Longa, al villaggio dei Velienses e alla fondazione di Roma) mentre il dio è l’unica divinità a cui ci si rivolge durante la fuga nella foresta e nei contesti comunque più caotici e selvaggi; ma queste sono solo speculazioni ipotetiche.

La vera delusione, tuttavia, è proprio quella di cui la promozione ha fatto il suo cavallo di battaglia, ovvero la lingua. Il tanto decantato protolatino, descritto come ricostruzione della lingua dell’epoca basata sui pochi frammenti rimasti ed integrata addirittura con l’indoeuropeo da parte di professori universitarii, non è in realtà altro che un latino poco più che arcaico, facilmente intellegibile a chiunque ne conosca le differenze rispetto a quello classico.

A parte la cosiddetta pronuncia restituta (C e G sempre gutturalj, gruppo TI+vocale senza assibilazione, V letta come U e dittonghi pronunciati per esteso, fra le regole principali), si notano pochi tentativi di rendere una lingua davvero protolatina, come un recupero di suoni precedenti al rotacismo (il fenomeno per il quale molte S divennero R, come ad esempio nel nome Valesiosus che si evolse in Valerius), solo in poche occasioni e qualche forma arcaica di pronomi e altre parole molto semplici.

Per chiunque conosca a sufficienza il latino, anche solo quello classico, più che il presunto arcaismo, l’unico vero ostacolo alla comprensione del parlato è la recitazione, che spesso presenta voce rotta, sussurrata o forzatamente profonda per dare un tono epico alla situazione.

Le uniche parti che potrebbero rivelarsi linguisticamente interessanti sono alcuni canti ed incantesimi intonati in diversi momenti nella storia, ma mai sottotitolati e di difficile comprensione (si riesce a cogliere solo qualche parola); viene da credere che siano queste le uniche parti realmente protolatine, inspiegabilmente non tradotte nei sottotitoli.

Siamo curiosi, ma questo vale per tutto il film, di sapere se verrà mai pubblicato il testo del copione, per poter verificare le parole effettivamente pronunciate, in particolare in queste scene dalla forte carica magico-sacrale, per scoprire se almeno queste si rifanno almeno in parte a testi protolatini noti, o persino etruschi od oschi. Per il resto però, è una lingua che non ha nulla a che vedere con quella semioscura delle più antiche testimonianze latine, come il misterioso Lapis Niger, il Carmen Saliare o dei Fratres Arvales, la Fibula prenestina o il vaso di Dueno, testi, anche quelli pienamente traducibili, di certo non di immediata comprensione all’ascolto.

Detto ciò, il film è coinvolgente, emozionante e rappresenta bene il modo di pensare degli uomini dell’epoca e la loro percezione del mondo circostante, per cui si rivela esatta la definizione data dal regista di “rielaborazione emotiva” del mito, di cui effettivamente restano solo i nomi dei luoghi e dei protagonisti, o poco più (ma almeno questo era stato annunciato). Se non fosse stato presentato come capolavoro di filologia, sarebbe un film da porre senza dubbio al livello de “Il Gladiatore” o di “300” che, senza pretese di veridicità storica, hanno saputo calare lo spettatore nello spirito delle epoche rappresentate, pur recitando in lingue moderne e compiendo scelte stilistiche più da colossal che da documentario.


Le opinioni dei lettori
  1. Gianlorenzo   On   14 Marzo 2019 at 18:35

    Sig Grandi , il fatto che lei citi il Gladiatore come un film degno di rispetto che è pieno di falsità storiche pur usando nomi reali lascia esterrefatti. Le ricordo che il generale Massimo mori’ in Germania e Commodo non fu ucciso nel Colosseo. Comunque dovrebbe apprezzare che per la prima volta un regista e una produzione italiana hanno fatto un film su un tema mai affrontato riportando il Mito all’interno della storia delle nostre origini. Matteo Rovere é stato coraggioso e eccezionale . Come é stato certificato dagli storici italiani il Mito è parte della nostra storia e l’aver affrontato la spiritualità Romana per la prima volta rende il film un capolavoro. I Romani erano spiritualissimi e per la prima volta si è raccontata la storia com’è avvenuta . Rovere va solo ringraziato. È un maestro. Saluti . Gianlorenzo Stella

Rispondi

La tua email non sarà pubblicata. * Campi obbligatori




ElecTO Radio

Current track
TITLE
ARTIST